Le
terapie biologiche nel trattamento delle malattie infiammatorie
croniche intestinali
Angelo Pera, Raffaello Sostegni, Marco Daperno, Nadia Scaglione,
Alessandro Lavagna, Caterina Rigazio, Elena Ercole, Rodolfo Rocca.
Centro Malattie Infiammatorie Croniche intestinali, UOA Gastroenterologia,
Ospedale Mauriziano Umberto I, Torino
apera@mauriziano.it doctora@inwind.it
Introduzione
Il trattamento delle malattie infiammatorie croniche intestinali
si è basato da metà degli anni Cinquanta a metà
degli anni Novanta principalmente sull’utilizzo dei glucocorticosteroidi,
cui negli anni si sono associati alcuni farmaci immunosoppressori
(soprattutto l’azatioprina) e antibiotici.
Un vasto numero di altri agenti farmacologici è stato proposto
come alternativa all’uso degli steroidi, ma per efficacia
o praticità nessuno di essi ha mai eguagliato gli steroidi.
Le cosiddette “terapie biologiche”, comparse a partire
dalla metà degli anni Novanta, hanno rappresentato la prima
arma terapeutica innovativa rispetto agli steroidi dagli anni Cinquanta.
Perché “terapie biologiche”?
Le terapie biologiche rappresentano la conseguenza di anni di studio
dei meccanismi tramite cui le malattie infiammatorie croniche si
sviluppano e si mantengono, e sono un esempio di successo nella
traduzione in nuove possibilità terapeutiche per i pazienti
che possono derivare da studi apparentemente molto teorici.
Uno dei punti essenziali delle malattie infiammatorie croniche,
che viene continuamente ripetuto, è che al momento la loro
causa, o meglio l’insieme delle loro cause, non è conosciuto.
Tuttavia gli studi immunologici degli ultimi venti anni hanno consentito
di dissezionare e spiegare approfonditamente alcuni dei meccanismi
che determinano l’anormale infiammazione intestinale caratteristica
della malattia di Crohn e della rettocolite ulcerosa.
In particolare è ormai ben noto che la differenza tra infiammazione
cronica (patologica e caratteristica delle malattie infiammatorie
croniche intestinali) e normale è principalmente legata ad
una rottura dell’equilibrio normalmente esistente tra fattori
che facilitano l’infiammazione (pro-infiammatori) e che la
frenano (anti-infiammatori) (Figura 1).
A livello molecolare sono stati individuati i mediatori coinvolti
in questo equilibrio, sostanze chiamate citochine o interleuchine,
di cui alcune hanno una funzione prevalentemente antiinfiammatoria
ed altre un’effetto pro-infiammatorio.
Gli studi hanno rilevato che nell’intestino dei pazienti
affetti da malattia di Crohn o rettocolite ulcerosa si può
osservare uno squilibrio a favore delle molecole proinfiammatorie,
che sembra essere il motore dell’infiammazione cronica.
In alcuni modelli sperimentali (animali), si è potuto osservare
che la possibilità di agire su questo delicato equilibrio
può determinare lo sviluppo o meno dell’infiammazione:
cancellando le informazioni genetiche che determinano la produzione
di molecole antiinfiammatorie, si generano animali che sviluppano
infiammazione cronica a livello intestinale; d’altro canto
il blocco di citochine proinfiammatorie, determina la riduzione
o la scomparsa dell’infiammazione.
Figura 1. Il normale equilibrio tra fattori proinfiammatori ed
antiinfiammatori attivi nell’intestino viene stravolto nelle
malattie infiammatorie croniche intestinali, favorendo lo sviluppo
ed il mantenimento dell’infiammazione cronica.

Il passo successivo è stato il tentativo di creare nuovi
farmaci che potessero interagire con l’equilibrio delle citochine
pro- ed anti-infiammatorie nei pazienti affetti da malattie infiammatorie
croniche intestinali.
Questa strategia terapeutica non è esente da ogni tipo di
rischio, perché va ricordato che gli stessi meccanismi che
portano all’infiammazione cronica non sono sostanzialmente
diversi da quelli che consentono la risposta immunitaria a infezioni
ed aggressioni dall’esterno. La differenza non si basa, infatti,
sul tipo di citochine coinvolte, quanto piuttosto sul loro rapporto
reciproco (equilibrio) e sui tempi necessari a tornare alla normalità.
Tra tutti i meccanismi patologici studiati, tre campi sono sembrati
particolarmente importanti e meritevoli di diventare candidati bersagli
terapeutici.
In primo luogo è stato notato che le citochine proinfiammatorie
sono presenti nell’intestino dei pazienti affetti da malattie
infiammatorie croniche intestinali in quantità da 10 a 100
volte superiori a individui sani. E tra tutte le citochine infiammatorie
una delle più importanti individuate è il TNF-alfa
(sigla che sta per Tumour Necrosis Factor di tipo alfa). Questa
citochina è prodotta dai globuli bianchi e serve a richiamare
altri globuli bianchi nel punto dove viene prodotta. Si può
facilmente immaginare come il suo incremento nell’intestino
dei pazienti con malattia di Crohn o rettocolite ulcerosa rappresenti
la “benzina” dell’infiammazione, in grado di automentenere
un “incendio” una volta attivato il processo.
Un altro interessante dato sperimentale è che d’altro
canto nei tessuti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali
le citochine antiinfiammatorie sono ridotte, per cui allo stesso
tempo laddove sarebbe maggiormente importante una loro azione “da
pompieri”, viene a mancare addirittura il loro livello normale.
Tra le più importanti citochine antiinfiammatorie vi è
la IL-10 (sigla che significa Interleuchina 10).
Infine un terzo campo di interesse è rappresentato dalla
scoperta che per arrivare nelle aree infiammate i globuli bianchi
hanno bisogno di potersi attaccare a specifici recettori sulla parete
dei vasi sanguigni, dette molecole di adesione, come a “ganci”
che permettono loro di non essere portati via dal circolo sanguigno.
Nei tessuti infiammati dei pazienti con malattie infiammatorie croniche
intestinali il numero di questi “ganci” è anormalmente
aumentato, rendendo più facile l’accesso dei globuli
bianchi alle aree infiammate. Tra queste molecole di adesione le
più abbondanti ed importanti sembrano essere le molecole
ICAM (sigla che sta per Molecole di Adesione Intercellulare) e le
integrine.
Pertanto le “terapie biologiche” rappresentano altrettanti
tentativi di sviluppare nuove strategie terapeutiche che agiscano
selettivamente in uno dei 3 campi che sono appena stati brevemente
descritti:
Blocco delle molecole proinfiammatorie
Supporto e promozione delle molecole antiinfiammatorie
Blocco delle molecole di adesione
Blocco delle molecole proinfiammatorie: l’esempio dell’Infliximab
L’infliximab è stata la prima forma di terapia biologica
ampiamente disponibile sul mercato farmaceutico mondiale per il
trattamento della malattia di Crohn (ed è in fase di sperimentazione
per la rettocolite ulcerosa). Risponde all’esigenza di bloccare
l’azione del TNF-alfa, in quanto molecola pro-infiammatoria.
Tra le varie possibilità è stata scelta quella di
ricostruire in laboratorio un anticorpo che riconoscesse il TNF-alfa,
in modo da bloccarlo in maniera selettiva. Data l’estrema
difficoltà di ricostruire del tutto artificialmente un anticorpo
umano con queste caratteristiche, l’infliximab è una
“chimera” con 2/3 della sua struttura umani, ed un terzo,
quello che riconosce il TNF-alfa, derivato dal topo. Nella Figura
2 è schematizzato il meccanismo d’azione dell’infliximab.
Figura 2. Meccanismo d’azione infiammatorio del TNF-alfa
e meccanismo antiinfiammatorio proposto per l’infliximab.
Gli studi hanno dimostrato che l’infusione endovenosa di
infliximab è in grado di determinare una regressione dell’infiammazione
nei pazienti affetti da malattia di Crohn in maniera significativamente
superiore al placebo, inoltre l’infusione periodica (studiata
fino ad un anno) è risultata un metodo efficace di mantenere
la remissione ottenuta acutamente, e anche un’efficacia (temporanea)
per quanto riguarda la chiusura delle fistole è stata dimostrata.
Al momento attuale nel mondo sono stati trattati oltre 200.000
pazienti (per malattia di Crohn o artrite reumatoide), nonostante
la commercializzazione del farmaco risalga solo al 1997 negli Stati
Uniti ed al 1999-2000 in Europa.
Complessivamente circa 2/3 dei pazienti trattati con infliximab
migliora sensibilmente, tuttavia vanno considerate alcune note di
cautela:
L’infliximab è controindicato in caso di scompenso
cardiaco avanzato (è stato dimostrato che in tale caso può
aggravare la malattia cardiaca), in presenza di raccolte ascessuali,
di infiammazioni croniche ed in particolare in caso di un precedente
contatto con il bacillo della tubercolosi (infatti la sua azione
immunosoppressiva può facilitare una tubercolosi disseminata,
che in alcuni casi è risultata anche mortale)
L’infliximab determina la guarigione delle ulcerazioni intestinali
(quando risulta efficace), ed in caso di restringimenti critici
del calibro intestinale il trattamento con infliximab è sconsigliato
in quanto è verosimile che il processo di guarigione comporti
una cicatrizzazione con ulteriore restringimento del lume intestinale
ed occasionalmente ha comportato episodi di ostruzione intestinale
L’infliximab è più efficace del placebo (non-trattamento)
nella misura del 30-35% circa, quindi in realtà solo ogni
tre pazienti trattati uno sta veramente meglio che se fosse trattato
solo con i metodi tradizionali
Gli effetti dell’infliximab sulla gravidanza non sono noti,
e il TNF-alfa è coinvolto nell’attecchimento dell’embrione,
per cui è sconsigliato l’uso se una gravidanza è
prevista o in corso
Vi è evidenza che il trattamento conduce nel tempo allo sviluppo
di una reazione immunitaria contro l’infliximab che determina
da un lato una minor efficacia del farmaco stesso, e dall’altro
rende più probabili reazioni avverse all’infusione
farmaco stesso; tale risposta appare ridotta nei pazienti che assumono
insieme all’infliximab un’adeguata terapia immunosoppressiva
con azatioprina o metotrexate, o che vengono trattati in maniera
molto ravvicinata, mentre appare aumentata in caso di ritrattamento
molto lontano nel tempo (dopo oltre un anno senza trattamento)
Supporto e promozione delle molecole antiinfiammatorie: l’esempio
del Tenovil
Notevole interesse in questo campo è stato legato alle osservazioni
sul ruolo essenziale dell’IL-10 nel ridurre l’infiammazione,
e la strategia di tentare di spegnere l’infiammazione aumentando
i livelli di una molecola naturalmente presente ed attiva contro
l’infiammazione è sembrata una delle migliori strategie
terapeutiche possibili.
Tuttavia al momento attuale due diversi studi condotti su pazienti
affetti da malattia di Crohn con il Tenovil (che è una molecola
di IL-10 ricostruita in laboratorio, e pertanto detta ricombinante)
non hanno rilevato una maggiore efficacia rispetto al non trattamento.
Peraltro questo farmaco non è attualemente disponibile per
il trattamento delle malattie infiammatorie croniche intestinali.
Tuttavie è possibile pronosticare che questo tipo di strategia
potrà essere tentata ancora, e con maggior fortuna.
Blocco delle molecole di adesione: l’esempio dell’Antegren
Per quanto riguarda l’azione contro il terzo bersaglio, le
molecole di adesione che facilitano il reclutamento delle cellule
infiammatorie nelle aree più infiammate, un nuovo farmaco
è attualmente in fase di studio: l’antegren, che è
un anticorpo monoclonale (come l’infliximab) mirato a bloccare
uno specifico tipo di integrine.
Al momento attuale la sua efficacia appare ancora da dimostrare,
ma alcuni studi internazionali attualmente in corso potranno definire
la bontà o meno e la sicurezza di questo tipo di strategia
antiinfiammatoria.
Un’altra molecola che tenta di agire sulle molecole di adesione
è l’Alicaforsen, in fase di studio, apparentemente
attivo solo in un sottogruppo di pazienti affetti da malattia di
Crohn, che sfrutta una molecola speculare al codice necessario per
la produzione delle molecole ICAM, e pertanto impedisce una loro
sovrabbondante produzione. Tuttavia anche per questa molecola, una
parola definitiva sull’efficacia reale non è ancora
stata scritta.
Conclusioni
Le terapie biologiche sono l’esempio un successo nella traduzione
in risultati pratici per il trattamento dei pazienti di studi scientifici
apparentemente teorici, e rappresentano uno stimolo nel proseguire
la ricerca.
Tuttavia va usata cautela perché la sempre più profonda
conoscenza delle sfaccettature alla base dei processi infiammatori
determina da un lato la scoperta di nuovi bersagli per nuove strategie
estremamente mirate, ma tutti i possibili bersagli sono nell’organismo
umano in equilibrio con tutta una serie di altri fattori. Pertanto
il blocco o la promozione di un particolare meccanismo infiammatorio
può avere un effetto positivo sull’infiammazione sovrabbondante,
ma anche determinare ricadute negative in altri organi o apparati,
o comunque deprimere eccessivamente quello che è un meccanismo
di normale difesa sfuggito alle normali regolazioni.
L’infliximab, come capostipite delle terapie biologiche,
ha fornito a medici e pazienti una nuova arma da aggiungere alle
altre disponibili. In oltre 40 anni di storia del trattamento delle
malattie infiammatorie intestinali è forse la prima piccola
“rivoluzione” dopo l’avvento degli steroidi. Tuttavia
al momento attuale le sue indicazioni rimangono quelle di farmaco
di terzo livello, da utilizzare solo in caso di fallimento o intolleranza
ai farmaci che conosciamo da più tempo.
Domande che dato l’utilizzo relativamente recente del farmaco
sono ancora prive di risposta riguardano i possibili effetti collaterali
a lungo termine legati alle terapie biologiche in generale, che
vanno ad interagire a livello estremamente preciso e selettivo su
equilibri immunologici che i “vecchi” farmaci alteravano
in maniera del tutto grossolana, effetti sulla fertilità
e sulla gravidanza, e quali regimi di mantenimento possano essere
proposti.
Non da ultimo il costo di questi nuovi agenti farmacologici è
spesso molto elevato, anche per gli anni di ricerca che sono necessari
per sviluppare una nuova molecola. Nel calcolo dell’impatto
di queste nuove spese sul sistema sanitario, però, si considera
sempre più l’importanza della variazione della qualità
della vita che si determina nei pazienti, per cui l’equilibrio
di questa bilancia va riconsiderato con nuovi strumenti.
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