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E' conveniente affrontare una terapia psicologica?

Abbiamo ricevuto una lettera di un ammalato che poneva domande se affrontare o meno una terapia psicologica. La risposta del dott. Chiappelli ci è parsa meritevole di pubblicazione.

Quesito

Buongiorno,
ringrazio innanzitutto per il lavoro che svolgete per il bene
dell'associazione e di conseguenza dei soci e ammalati.
Gradirei, so posso, chiedere un Vostro consiglio.
Ho letto che molte persone affette da colite ulcerosa "curano" la malattia
anche facendo ricorso a terapie psicologiche.
Io ho provato un consulto tramite il SSN.
Facendola breve mi è stato suggerito di rivolgermi ad una struttura privata in quanto in ospedale non si può essere seguiti in maniera corretta.
Il ciclo di cura dovrebbe essere di minimo 2 anni con terapie settimanali
del costo variabile tra i 40 e i 100 euro a seduta.
Il costo si farebbe così molto importante.
Dal colloquio è emerso che la situazione di agitazione, paura ecc. potrebbe essere la causa della malattia e una volta curato l'aspetto psicologico anche la malattia potrebbe andarsene.
I miei dubbi nascono dal fatto che, secondo me, se può essere vero che la colite è influenzata dallo stato di psicosi, non posso condividere il fatto
che ne sia la causa scatenante.
Chiederei quindi un Vostro consiglio in merito.
Terapia psicologica si o no; e in strutture pubbliche o private?
Io abito in provincia di Rovigo.
Vi ringrazio e augurando buone feste Vi saluto.

Risposta del Dott. Chiappelli

A metà del Novecento la Colite Ulcerosa era annoverata tra le malattie psicosomatiche, ossia tra quei disturbi che pur presentando sintomi organici e fisiologici non hanno una origine organica (oggi vengono comunemente chiamati disturbi psicofisiologici), sono cioè “psicogeni” (ad origine psichica).
Negli ultimi trenta/quarant’anni, l’espansione geometrica delle conoscenze sulla fisiopatologia del tratto intestinale ha cambiato radicalmente l’atteggiamento mentale dei gastroenterologi, che sono stati prontamente disposti ad allontanarsi dalle “poco concrete” (e forse anche poco comprese) spiegazioni psicologiche, per adottare a volte una trionfante e frettolosa negazione del ruolo della psiche (“tutte sciocchezze”…)
Per quanto se ne sa oggi, le ricerche sui fattori psicologici nelle M.I.C.I. non permettono di affermare con certezza che alcuni tratti della personalità o lo stress possano avere un qualche ruolo nell’eziopatogenesi dei disturbi.
Diverso è il discorso se si parla del ruolo che i fattori psicologici giocano nel decorso della malattia: le ragioni per cui le infiammazioni intestinali passano da fasi di remissione ad altre di esacerbazione restano ancora ampiamente misteriose. Solo il 10% di tali variazioni sono spiegate da fattori di rischio biologici noti o sospetti (Levenstein et al., 2000).

L’impatto delle M.I.C.I. sulla personalità è tutt’altro che implausibile, poiché i sintomi spesso iniziano in età giovanile, quando la personalità si sta “strutturando”, forzando il paziente in una posizione di dipendenza proprio quando le spinte verso l’autonomia e l’indipendenza sono più forti e colpendo l’autostima a causa dei possibili sentimenti di “diversità” dai coetanei. Non è difficile immaginare come – anche con il contributo di condizioni ambientali e relazionali sfavorevoli - su queste basi si possano sviluppare atteggiamenti d’insicurezza, di passività, di ritiro sociale che – a livelli più estremi – possono costituire gli “organizzatori” di tutta la personalità. La malattia diverrebbe, in sintesi, un fattore di “vulnerabilità” nello sviluppo psicologico.
E’ poi oggi ben noto che lo stress può produrre profonde alterazioni nella regolazione del sistema immunitario e sappiamo che l’ipereattività immunologica è un meccanismo fondamentale nella fisiopatologia delle M.I.C.I.
I risultati delle ricerche sul ruolo dello stress nelle M.I.C.I. sembrano suggerire che gli eventi di vita emotivamente “pesanti” e i problemi quotidiani possano avere entrambi effetti negativi sul decorso dei disturbi.
Ad esempio è stato osservato che i pazienti con MC e CU danno meno importanza psicologica ad eventi della vita che altri invece considerano “emotivamente pesanti”, ma quando si trovano in una situazione stressante si sentono meno “sicuri” delle altre persone (North et al., 1991; Von Wietersheim et al., 1992).
Quanto alla correlazione con l’esacerbazione dei sintomi, è risultato evidente (Duffy et al., 1991) che gravi situazioni di stress abbiano il potere d’influire sul livello dei disturbi, aumentandoli. Tuttavia - il più delle volte - lo stress si aggiunge solo ad altri fattori di riattivazione dei disturbi.

Pertanto, sulla base dei risultati delle ricerche scientifiche, affermare che “una volta curato l'aspetto psicologico anche la malattia potrebbe andarsene” è un’affermazione un po’ ardita, se si intende che l’intestino “guarisce” in seguito alle cure psicologiche.
Invece è molto probabile che una “situazione di agitazione, paura ecc.” sia una delle cause di peggioramento della sintomatologia gastrointestinale e può essere pertanto indicato cercare di approfondire la conoscenza delle ragioni di tale stato di agitazione e paura, per poi trovare soluzioni idonee a modificarlo.
E’ opportuno ricordare che le richieste che una situazione pone a un individuo dipendono anche dall’individuo stesso. Gli individui non sono solo “vittime” dello stress, ma è anche il modo in cui valutano gli eventi e li affrontano che determina la natura dello stress individuale. A volte è proprio il metodo con cui cercano di risolvere i problemi che spesso finisce per intensificarli!

Quindi prima di iniziare un trattamento psicoterapeutico è opportuno fare alcuni colloqui di consultazione allo scopo di valutare “se e quale” trattamento intraprendere.
Questa valutazione può essere richiesta nel SSN, in strutture che possono essere diverse in base all’organizzazione della sanità regionale. Nel Veneto ad esempio certamente presso i Centri di Salute Mentale (CSM o Centri Psicosociali: ci sono in tutte le regioni, anche se con nomi diversi) del Dipartimento Salute Mentale.
Se esistono, anche presso le Unità Operative di Psicologia o – attraverso il proprio medico di base - presso i Servizi di Consultazione Psichiatrica per la Medicina Generale.

Invece l’erogazione di un trattamento psicologico non viene sempre garantita. Qui la situazione è davvero molto differenziata. Di solito l’ospedale non può garantirlo, in quanto non sono frequenti gli ospedali presso i quali è attivo un efficiente servizio di psicologia e, se c’è, raramente può erogare prestazioni a persone non degenti.
E’ preferibile appunto rivolgersi ai servizi territoriali (come appunto i CSM, i Consultori o i Servizi di Psicologia) e anche qui tuttavia la possibilità di un trattamento psicologico specifico dipende dalle risorse disponibili e dalle priorità del servizio. Psichiatri e psicologi dei Centri di Salute Mentale (e degli ambulatori di neuropsichiatria infantile per i minori) garantiscono a tutti una valutazione ed una diagnosi, anche se prendono in cura solo le persone affette da disturbi psichici di una certa gravità e perciò non è detto che le difficoltà psicologiche connesse ad una malattia cronica possano trovare qui risposte adeguate.
Vi sono psicologi anche presso i Consultori; qui è possibile trovare ascolto ed indicazioni per problemi che riguardano la coppia, la famiglia, la vita sessuale, ambiti spesso “colpiti” quando una persona soffre di una malattia cronica.
In ogni caso si può provare, prima di decidere per il privato.

I trattamenti psicologici dovrebbero poi esser consigliati in base al tipo di problema rilevato durante la consultazione. La ricerca anche qui dà qualche indicazione.
Se il problema è migliorare la convivenza con i sintomi, sono state sperimentate ed applicate varie tecniche psicologiche volte a migliorare il fronteggiamento dei sintomi (tecniche comportamentali come rilassamento progressivo, biofeedback termico e addestramento alle strategie cognitive di coping).
Vi sono poi diverse strategie di gestione dello stress (cioè del divario tra le richieste di una situazione e le nostre attuali possibilità operative).
La presenza di disturbi emotivi e della personalità che possono conseguire o complicare il quadro clinico di una persona sofferente di M.I.C.I. possono essere trattati attraverso una psicoterapia. Esistono moltissimi tipi di psicoterapia; esistono evidenze che indicano come la psicoterapia cognitiva e la psicoterapia interpersonale abbiano un buon rapporto costi/benefici nel trattamento – tra gli altri – dei disturbi dello spettro ansioso-depressivo che sono possibili complicanze psichiatriche delle malattie croniche. Entrambe sono caratterizzate da un orientamento a problemi o aree definite, si propongono di migliorare l’adattamento e “l’assetto psichico”, più che di “ristrutturare profondamente” la personalità e hanno una durata limitata (generalmente da qualche mese a non più di due anni).
Si tratta di caratteristiche che “si incontrano” abbastanza bene con i problemi di chi soffre di disturbi cronici e ha bisogno di superare momenti critici (individuando i problemi e le aree da migliorare) e di operare un adattamento alle nuove condizioni di vita.
Ciò non significa, naturalmente, che altri metodi psicoterapeutici non possano essere utili; ogni caso va valutato attentamente.
Comunque, a mio parere, senza una approfondita consultazione iniziale (che richiede almeno 3 o 4 colloqui…), meglio diffidare di affrettate proposte di trattamenti lunghi e senza obiettivi definiti ed espliciti che, specie nel privato, possono diventare molto onerosi.
In base al tariffario dell’Ordine Nazionale degli Psicologi, i costi sono in effetti quelli che sono stati proposti al socio di Rovigo.

Infine in alcune realtà locali di A.M.I.C.I. mi risulta si siano sviluppati dei gruppi di mutuo aiuto, che possono costituire un’occasione di sostegno psicologico valido e accessibile.
L’auto aiuto è uno scambio tra persone che condividono lo stesso problema. E’ un modo per far fronte ai problemi ed alla sofferenza: ascoltare i problemi altrui consente di capire la propria esperienza personale, aiuta a trovare il coraggio per aprirsi ed esprimersi senza rifiuti, discriminazioni, colpevolizzazioni o repressioni. Se si crea un clima di fiducia si dà la possibilità a ciascuno di condividere i propri problemi con gli altri al fine di trovare sostegno e nuove possibili soluzioni.
L’idea che sta alla base dei gruppi di mutuo aiuto è che i soggetti interessati sono i maggiori esperti del problema. Un principio fondamentale dei gruppi consiste nella convinzione che chi ha avuto esperienze di una condizione di malattia possiede una comprensione di tale condizione che non è pienamente possibile a chi non la ha mai sperimentata. Il gruppo è uno spazio dove confrontare le proprie esperienze, condividere le difficoltà, scambiarsi opinioni e convinzioni, esprimere sé stessi e riconoscere i propri “vissuti”. Uno spazio di crescita personale e promozione della salute.

Marco Chiappelli
Psicologo psicoterapeuta
Azienda U.S.L. di Bologna

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