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Cure
mediche e qualità della vita: una nuova frontiera
Questo argomento è stato trattato
nell'assemblea straordinaria dei soci di A.M.I.C.I. Lombardia del
20 novembre 1999.
Abbiamo chiesto al relatore di inviarci un riassunto di quanto detto.
Prof. Roberto De Franchis
Servizio di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva
Istituto di Medicina Interna
Ospedale Policlinico di Milano
INTRODUZIONE
Fino a non molti anni fa, il rapporto tra medico e paziente è
stato caratterizzato da una situazione di totale dipendenza del
paziente, che si affidava passivamente al medico il quale decideva
e ‘imponeva’ le cure. Questo tipo di rapporto aveva
le sue radici agli albori della civiltà, quando il processo
di cura era rivestito da un’aura di magia e di mistero. L’antenato
del medico era infatti lo stregone o sciamano, che utilizzava nel
curare il paziente, oltre ai rimedi derivanti dall’osservazione
della natura, come le piante medicinali, anche le forze derivanti
da un suo ‘rapporto privilegiato’ con il mondo soprannaturale.
In epoca moderna, se da un lato lo sviluppo della scienza ha tolto
l’aura di mistero e di superstizione alle cure mediche, dall’altro
il ruolo del paziente rispetto al medico è cambiato assai
poco, perché il medico diventava il depositario delle conoscenze
scientifiche, ed il paziente si affidava a lui con fiducia cieca,
demandandogli interamente le scelte di cura, che il medico operava
‘per il suo bene’.
Tutto questo ha subito, negli ultimi anni, una profonda rivoluzione.
Si è andato infatti affermando il concetto di un paziente
non più oggetto passivo delle cure, ma protagonista del processo
di cura. In altre parole si è riconosciuto al paziente non
solo il diritto di sapere i vantaggi e svantaggi delle possibili
opzioni diagnostiche e terapeutiche, ma anche di partecipare al
processo di decisione sul tipo di indagini da eseguire e di cura
da adottare, e anche il diritto di rifiutare di sottoporvisi. Questo
principio di non obbligatorietà della cura è stato
anche sancito in legge.
Questa ‘rivoluzione’ ha avuto numerose conseguenze.
Infatti per poter partecipare con cognizione di causa al processo
di decisione, il paziente deve conoscere vantaggi e svantaggi dei
diversi metodi di diagnosi e di cura. Di qui la necessità
di informare il paziente, ad ogni tappa del processo diagnostico-terapeutico,
circa i benefici attesi da un esame diagnostico o da una terapia,
ma anche circa i rischi a questi connessi, in modo che il paziente
possa, in piena libertà, decidere se accettare o rifiutare
la procedura diagnostica o la terapia che il medico gli propone.
Questo orientamento trova espressione sintetica nel cosiddetto ‘consenso
informato’: prima di intraprendere un accertamento diagnostico
invasivo od una terapia, il medico è tenuto a spiegare al
paziente di che cosa si tratta. Al termine del processo di spiegazione,
medico e paziente firmano congiuntamente un modulo che attesta che
il medico ha dato le spiegazioni richieste, e che il paziente ha
capito e dà il proprio consenso all’atto diagnostico
o terapeutico.
Questo ha a sua volta avuto delle conseguenze sia per il medico
che per il paziente. Infatti, il medico ha dovuto imparare a spiegare
al paziente in termini comprensibili ma precisi, i possibili diversi
tipi di esame o di cura che gli propone, spiegando per ciascuna
alternativa i pro e i contro. Questo è un approccio ‘faticoso’,
che richiede tempo, disponibilità e una notevole capacità
‘didattica’: non è infatti sempre facile spiegare
in termini semplici i presupposti di diagnosi e terapie. Un’altra
conseguenza è stata l’obbligo, per il medico, di dire
sempre la verità al paziente, anche se si tratta di rivelare
l’esistenza di una malattia incurabile. Ciò è
particolarmente difficile in un paese come l’Italia, dove
da sempre vigeva l’uso di non dire al paziente la verità,
quando egli fosse affetto, per esempio, da un tumore maligno.
Anche per il paziente questo cambiamento di rapporto ha avuto delle
conseguenze profonde. Oltre al caso dei tumori maligni e delle malattie
incurabili in genere, per i quali la impossibilità del medico
di mentire circa la diagnosi impedisce al paziente di ignorare una
realtà angosciante, anche in situazioni meno drammatiche,
come la scelta se fare o non fare un esame diagnostico od una terapia,
il paziente si trova spesso in imbarazzo, perché è
culturalmente impreparato a fare certe scelte, che in passato ha
sempre delegato al medico. Inoltre, l’atto della firma del
‘consenso informato’ mette il paziente dinanzi ad una
assunzione di corresponsabilità cui egli non è abituato.
Questo profondo cambiamento del rapporto medico-paziente ha avuto
riflessi importanti anche sul modo di valutare gli effetti delle
terapie. Infatti, il considerare il paziente non più come
oggetto delle terapie ma come soggetto attivo nel processo di cura,
ha come conseguenza che il risultato delle cure non va più
valutato ‘dal punto di vista del medico’, e cioè
solo sulla base della normalizzazione degli esami e dei sintomi
o del prolungamento della sopravvivenza, ma anche ‘dal punto
di vista del paziente’, cioè tenendo presente l’effetto
che la malattia e le cure hanno sul paziente inteso come individuo
inserito in un contesto sociale e culturale, con bisogni, aspirazioni,
relazioni umane e affettive. In altre parole, emerge la necessità
di valutare l’impatto che la malattia e le cure hanno sulla
‘qualità di vita’ del paziente.
CHE COSA E’ LA QUALITA’ DI VITA
Il concetto di ‘qualità di vita’ è molto
antico. Epicuro, nel IV secolo avanti Cristo, scrisse: “Una
salda conoscenza dei bisogni inclina a ricondurre ogni assenso o
diniego al benessere del corpo ed alla piena serenità dell’animo,
poiché questo è il fine della vita felice. A questo
fine noi rivolgiamo ogni nostra azione, per allontanarci dalla sofferenza
e dall’apprensione”.
Nonostante questo, il concetto di qualità di vita come entità
misurabile, e della misurazione della qualità di vita come
strumento utilizzabile in sociologia, in medicina ed in altri campi
è relativamente recente. Una definizione dell’OMS del
1948 dice: “Qualità di vita è la percezione
soggettiva che un individuo ha della propria posizione nella vita,
nel contesto di una cultura e di un insieme di valori nei quali
egli vive, anche in relazione ai propri obiettivi, aspettative e
preoccupazioni”. In modo più pragmatico ed operativo,
la qualità di vita può essere descritta da una serie
di aree o dimensioni della esperienza umana che riguardano non solo
le condizioni fisiche ed i sintomi, ma anche la capacita' di un
individuo di funzionare, dal punto di vista fisico, sociale, psicologico
e di trarre soddisfazione da quanto fa, in rapporto sia alle proprie
aspettative che alla propria capacita' di realizzare ciò
che desidera.
Prima e più che in medicina, il concetto di qualità
di vita è stato applicato in sociologia, spesso in riferimento
ai problemi ambientali ed al deterioramento delle condizioni di
vita nelle città, senza che si giungesse ad una definizione
precisa di tale concetto.
Per gli usi medici, è stato introdotto il concetto di ‘qualità
di vita correlata alla salute’, definita come “L’insieme
degli aspetti qualitativi della vita dell’individuo correlabili
ai domini della malattia e della salute, e pertanto modificabili
dalla medicina”. A sua volta, la definizione di Salute data
dalla stessa OMS è: “Completo benessere fisico, psicologico
e sociale e non solamente di assenza di malattia”
PERCHE’ MISURARE LA QUALITA’ DI VITA
Per comprendere le ragioni per cui la misurazione della qualità
della vita può avere importanti implicazioni per i medici,
per i pazienti ed anche per gli organismi di controllo come il Ministero
della Sanità, occorre ricordare brevemente come oggi si valutano
gli effetti di una terapia. Lo strumento usato quasi sempre è
il cosiddetto trial randomizzato e controllato. Esso consiste nel
selezionare un certo numero di pazienti con caratteristiche ben
definite, e nell’assegnare, a sorte, metà di questi
pazienti il nuovo farmaco da studiare, e all’altra metà
una terapia ‘standard’ o un placebo. I trials migliori
vengono eseguiti ‘in doppio cieco’, in modo tale cioè
che il medico non sa a quali pazienti viene somministrato il nuovo
farmaco e a quali la terapia standard, e anche i pazienti non sanno
se ricevono il nuovo trattamento o quello standard. Ciò è
fatto per impedire che il giudizio del medico e del paziente sull’efficacia
della terapia venga influenzato. Alla fine dello studio il ‘codice’
viene aperto, e i risultati vengono valutati statisticamente. Questo
metodo ha il pregio della obbiettività, e produce risultati
assai affidabili e riproducibili. Tuttavia, per motivi di praticità,
la valutazione dei risultati dei trials viene fatta prendendo in
considerazione solo un numero limitato di parametri, cioè,
ad esempio, la sopravvivenza e l’andamento nel tempo di alcuni
esami di laboratorio o di alcuni sintomi. Il suo limite è
però rappresentato dal fatto che i risultati dimostrano l’efficacia
di una terapia nelle condizioni migliori possibili, condizioni che
non necessariamente si riproducono quando lo stessa terapia viene
applicata ‘sul campo’, nella pratica quotidiana. Ad
esempio, è possibile che un determinato trattamento si riveli
molto efficace nei trials, dove i pazienti sono fortemente motivati
e seguiti da vicino dal medico, e molto meno nella pratica quotidiana,
quando il paziente è lasciato a sé stesso, e può
trovare la terapia difficile da mettere in pratica o fastidiosa.
Negli ultimi anni si è andata affermando l’esigenza
di avere informazioni anche circa l’efficienza di una terapia,
e cioè sui suoi risultati al di fuori dei trials randomizzati
e controllati. Questa modalità di ricerca prende il nome
di ‘outcomes research’ o ‘ricerca degli esiti’,
ed è volta a determinare gli effetti di una terapia sullo
stato di salute globale del paziente, sulla sua capacità
di funzionare normalmente, oltre che sulla durata della sopravvivenza.
Vi è infatti una crescente consapevolezza che solo la misurazione
diretta degli esiti finali indotti dalla terapia permetta di stabilire
il reale valore terapeutico e la reale utilità clinica di
un farmaco.
In questo contesto la misurazione dello stato di salute, spesso
complementare, talora alternativa alla misura della sopravvivenza,
ha assunto negli ultimi decenni un significato clinico di notevole
rilievo. I progressi sociali, scientifici e tecnologici degli ultimi
decenni hanno infatti permesso di controllare la maggior parte delle
patologie acute e di aumentare in modo rilevante la aspettativa
di vita delle popolazioni dei paesi maggiormente industrializzati.
L'intervento sulle malattie croniche e degenerative e' divenuto
quindi il principale obiettivo dei programmi di gestione sanitaria
nei paesi occidentali. In questa prospettiva, l'obiettivo terapeutico
primario nella maggior parte dei casi non e' più rappresentato
dall'incremento della sopravvivenza, quanto dal conseguimento del
miglior stato di salute possibile.
Da quanto detto, si deduce che la misurazione della qualità
della vita può avere importanti applicazioni:
? Innanzitutto, indipendentemente dalle terapie, essa può
aiutare a valutare l’impatto della malattia sulla sensazione
soggettiva di benessere dei pazienti.
? Inoltre essa può aiutare a valutare l’efficacia di
una strategia terapeutica nei trials randomizzati e controllati.
In questi studi, la misurazione della qualità di vita inserisce
una nuova dimensione nella valutazione dell’efficacia dei
trattamenti, e può essere molto utile nel decidere quale,
tra due terapie di pari efficacia, risulti meno sgradevole per il
paziente.
? Lo stesso discorso può essere fatto per la valutazione
dell’efficienza di una terapia nell’applicazione quotidiana.
? Ancora, essa può fornire informazioni utili a medici e
pazienti circa la prognosi di una malattia e soprattutto sull’esito
atteso di una terapia.
? Infine, essa può entrare in maniera decisiva nella valutazione
del rapporto costo/efficacia di una terapia. Ciò è
particolarmente importante in un’epoca in cui l’attenzione
ai costi della sanità sta diventando sempre più pressante,
ed in qualche caso ossessiva.
COME E QUANDO MISURARE LA QUALITA’ DI VITA
La qualità di vita è un insieme di immagini e di
percezioni mentali che, in quanto tale, non può essere rilevato
direttamente. Inoltre, per definizione, essa è soggettiva,
e quindi la sua valutazione richiede domande dirette al paziente.
Idealmente, la maniera migliore per porre domande al paziente sarebbe
l’intervista. Tuttavia questa non è praticamente realizzabile,
sia per motivi pratici che per la necessità di analizzare
e confrontare dati provenienti da pazienti diversi, ed anche dallo
stesso paziente in tempi diversi. Perciò si ricorre a questionari
sviluppati appositamente. Questi questionari possono essere sintetici
o analitici. Quelli sintetici sono costituiti da una sola domanda,
e mirano ad ottenere una valutazione generale molto semplice della
qualità di vita del paziente. I questionari analitici valutano
diversi domini ovvero dimensioni o aree della esperienza umana che
possano abbracciarne molteplici aspetti, generalmente connessi allo
stato funzionale del soggetto, esaminato sotto diversi profili (fisico,
di ruolo, cognitivo, emozionale, sociale). I questionari analitici
sono di due tipi, generici o specifici per malattia. I primi tendono
a valutare lo stato generale del paziente, i secondi fanno riferimento
più specificamente ai disturbi o alle limitazioni che il
paziente può subire a causa di una particolare malattia.
L’elaborazione dei questionari è un processo lungo,
difficile e costoso. Questo si deve al fatto che essi debbono rispondere
a esigenze difficilmente conciliabili tra loro. Infatti essi debbono
essere facilmente comprensibili (problemi connessi al grado di istruzione,
educazione, età e lucidità dei pazienti). Debbono
essere anche semplici e brevi (problema del declino dell’attenzione),
e infine debbono essere riproducibili, specifici e sensibili.
Un altro problema nello sviluppo dei questionari è quello
della specificità culturale: infatti, tra i diversi gruppi
etnici esistono differenze culturali che alterano la scala dei valori,
e che debbono essere tenute presenti nell’adattare un questionario
ad una popolazione differente da quella in cui è stato originariamente
sviluppato (traslazione e non traduzione). Per questo motivo i questionari
sviluppati in altri Paesi non possono essere semplicemente tradotti
in Italiano.
Benchè ci possano essere notevoli variazioni, il questionario
tipico è composto di 25-35 domande. Le risposte alle domande
possono essere di tipo sì/no oppure prevedere una serie di
risposte ‘a scala’, ad esempio: per niente, un poco,
abbastanza, parecchio, molto.
Nella pratica quotidiana, i questionari vengono dati da compilare
ai pazienti al momento del loro arrivo all’ambulatorio, nell’attesa
di essere visitati. I questionari debbono essere compilati dal paziente
senza interventi da parte del personale sanitario, che potrebbero
influenzare le risposte. In generale, i questionari vengono somministrati
al primo incontro con il paziente, prima di eseguire accertamenti
diagnostici o terapie, La somministrazione viene ripetuta ogni volta
che si siano verificati eventi legati alla malattia che abbiano
determinato modificazioni delle condizioni cliniche del paziente,
e dopo interventi di terapia.
A CHE PUNTO SIAMO, E QUALE SARA’ IL FUTURO
La misurazione della qualità di vita in medicina è
una disciplina relativamente giovane. In tutti i Paesi, gli sforzi
si sono finora concentrati nel definire la metodologia per lo sviluppo
degli strumenti di misura, e nello sviluppare strumenti adatti alle
più varie condizioni patologiche. Negli ultimi anni, è
iniziata l’applicazione dei questionari in diverse popolazioni
di pazienti, e si stanno raccogliendo i primi dati.
La prossima tappa sarà l’applicazione sistematica
della misurazione della qualità di vita come complemento
della valutazione dell’impatto delle malattie sull’individuo,
e dell’effetto delle diverse terapie.
Il passo successivo sarà l’utilizzo della misurazione
della qualità di vita come elemento essenziale nella valutazione
della utilità clinica delle terapie. In quest’ottica
la qualità di vita giuocherà probabilmente un ruolo
importante nella valutazione del rapporto costo-beneficio delle
terapie, e verrà utilizzata dalle Autorità regolatorie
allo scopo di definire la rimborsabilità o meno di una terapia
da parte dello Stato o degli enti assicurativi.
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