Le
malattie infiammatorie croniche dell'intestino
(M.I.C.I.) hanno una predisposizione genetica?
Dr. Vito Annese, Dr. Angelo Andriulli
Unità Operativa di Gastroenterologia
e Laboratorio di Ricerca
Ospedale IRCCS
"Casa del Sollievo della Sofferenza"
San Giovanni Rotondo
Introduzione
La causa della malattia di Crohn e della Colite Ulcerosa, nonostante
numerosi e approfonditi studi in campo immunologico e microbiologico,
rimane sconosciuta. Negli ultimi anni l’ipotesi dominante
è che si verifichi un’anomala risposta immunologica/infiammatoria
nei confronti di antigeni comunemente presenti nel lume intestinale.
Probabilmente a causa di una perdita della "tolleranza"
o di un’alterata permeabilità intestinale, viene attivata
la risposta immune ma soprattutto non si verificano i normali meccanismi
di controllo della risposta stessa e pertanto si determina un processo
infiammatorio che rimane cronicamente attivato.
Questa ipotesi ha necessariamente suggerito che uno dei fondamentali
meccanismi di regolazione della risposta immunologica ed infiammatoria
di ogni soggetto risiede nel suo patrimonio genetico. Questo elemento,
unito alle evidenze epidemiologiche preesistenti (es. presenza di
casi familiari) e al progressivo miglioramento tecnologico nel campo
della genetica molecolare (es. progetto genoma), ha determinato
un formidabile impulso per gli studi di genetica in queste malattie.
Presupposti epidemiologici
Una serie di elementi clinici ed epidemiologici ha suggerito negli
anni ’80 ed all’inizio degli anni ’90 l’esistenza
di una predisposizione genetica per le MICI.
L’incidenza delle malattie non è uniformemente distribuita
nel mondo essendo maggiore tra i caucasici rispetto ai neri ed agli
asiatici. Ma anche tra i caucasici si registrano sensibili differenze
con un picco nel ceppo Ashkenazi di ebrei di origine europea ed
americana. E’ ovvio che l’incidenza è influenzata
da una serie di fattori confondenti, soprattutto ambientali, ma
non tutte le differenze registrate sono spiegabili solo sulla base
di differenze etniche e sociali.
L’associazione tra malattia di Crohn o Colite Ulcerosa con
malattie genetiche (es. sindrome di Turner) ed autoimmuni (come
spondilite anchilopoietica, psoriasi, colangite sclerosante, sclerosi
multipla, celiachia) è stata più volte documentata.
.
La storia familiare, riportata in percentuale variabile nelle diverse
casistiche ma con un range di circa il 10-20%, è un altro
importante elemento a favore della predisposizione genetica. Inoltre
il dato ancora più rilevante è che la presenza di
una familiarità rappresenta il più importante fattore
di rischio conosciuto di sviluppare queste malattie, con un incremento
di 10-50 volte nei familiari di 1° grado del soggetto affetto
rispetto al resto della popolazione. E’ stato argomentato
che i familiari di 1° grado condividono verosimilmente gli stessi
fattori di rischio ambientale (es. fumo). Ma d’altra parte
non si è evidenziato un incremento del rischio nei partner
dei pazienti.
Le stesse caratteristiche cliniche dei casi con aggregazione familiare
suggeriscono l’importanza della predisposizione genetica.
Pur nei limiti delle difficoltà di classificare la malattia
nel tempo, la maggior parte degli studi hanno posto in rilievo la
sorprendente concordanza per diagnosi e talora per sede e caratteristiche
cliniche della malattia nei casi familiari (ad es. localizzazione
ileale della malattia di Crohn o tendenza a formare fistole).
La concordanza nei gemelli, monozigoti, rispetto ai dizigoti ed
agli altri fratelli che arriva a valori del 50-60% soprattutto nel
caso della malattia di Crohn, ha consentito, in analogia a quanto
eseguito in altre malattie, di calcolare un coefficiente di ereditabilità
che nella malattia di Crohn è superiore a quello calcolato
ad esempio per il diabete e l’ipertensione arteriosa.
Modello genetico
La malattia di Crohn e la Colite Ulcerosa non vengono trasmesse
come le malattie genetiche classiche con un modello di tipo dominante
(es. anemia mediterranea) o recessivo. L’ipotesi più
accreditata è che queste malattie siano geneticamente complesse,
con una chiara interazione di fattori ambientali. I geni coinvolti
sono sicuramente numerosi (forse addirittura 10-15) ed alcuni potrebbero
essere condivisi nelle due malattie. Questo dato spiegherebbe la
più frequente coesistenza di malattia di Crohn e Colite Ulcerosa
in alcune famiglie rispetto alla frequenza attesa secondo le leggi
della casualità. La possibile diverse combinazione di geni
coinvolti potrebbe spiegare anche la notevole differenza sul piano
clinico di queste malattie.
Studi genetici
Qualunque sia il modello genetico coinvolto, per dimostrare che
una malattia presenti almeno in parte una patogenesi genetica, è
necessario individuare il (i) gene candidato. Questa strategia,
in analogia a quanto fatto per altre patologie, è stata diffusamente
utilizzata negli anni ’80 e buona parte dei ’90. Sulla
base delle conoscenze della fisiopatologia di queste malattie, un
gran numero di geni candidati è stato studiato. I dati sin
qui ottenuti nelle MICI sono stati assai contradditori e nessun
gene è stato con certezza individuato.
Più recentemente, con i notevoli progressi anche metodologici
che lo studio del genoma umano ha ottenuto, è stata utilizzata
una diversa strategia. Lo studio cioè delle famiglie con
due o più soggetti affetti da MICI. In queste famiglie si
vanno a ricercare particolari marcatori del DNA denominati microsatelliti
e le loro caratteristiche nei soggetti affetti. Con complicati calcoli
è possibile studiare l’intero patrimonio genetico e
individuare sui vari cromosomi le aree in cui potrebbero essere
presenti i geni-malattia. A partire dal primo studio nel 1996, diversi
ricercatori in tutto il mondo hanno raccolto grossi numeri di famiglie
e individuati alcuni cromosomi candidati. Maggiori conferme sono
state ottenute su due aree rispettivamente sul cromosoma 16 (IBD1
per la malattia di Crohn) e sul cromosoma 12 (IBD2 per la Colite
Ulcerosa).
Da vari anni il nostro centro è impegnato in questo settore
di ricerca. Grazie alla collaborazione determinante del GISC (Gruppo
Italiano per lo Studio del Colon e Retto), del GISMII (Gruppo Italiano
per lo Studio delle Malattie Infiammatorie Intestinali) e della
stessa Associazione AMICI (in particolare la sezione Puglia) sono
state raccolte più di 100 famiglie con MICI in tutti Italia.
E’ stato estratto il DNA con un semplice prelievo di sangue
dei soggetti affetti e dei loro familiari e sono stati studiati
numerosi cromosomi (3, 6, 7, 12 e 16). Anche nella popolazione italiana
è stata confermata un’area significativa sul cromosoma
16. Gli studi continuano per definire ancora meglio quest’area
e ricercare il gene candidato, ed allo stesso tempo per evidenziare
altri cromosomi interessati.
Conclusioni
Gli studi di genetica nelle malattie infiammatorie croniche dell’intestino
sono ancora molto preliminari. Potenzialmente saranno molto utili
per avvicinarsi a spiegare i momenti iniziali che determinano queste
malattie e di conseguenza potranno incidere anche nella terapia
(forse anche di tipo "genico"). Tuttavia la strada per
l’identificazione dei geni responsabili è ancora lunga
e difficile. Non vi è indicazione ad eseguire questo studio
del DNA se non a scopo di ricerca perché i dati in nostro
possesso non ci consentono ancora di prevedere nell’ambito
di una famiglia i possibili soggetti a rischio. E d’altra
parte solo circa il 10% dei casi si presenta in forma familiare.
Questi studi inoltre stanno fornendo già importanti indicazioni
sulle caratteristiche cliniche della malattia. La presenza di alcune
combinazioni genetiche possono predire ad es. l’evoluzione
più severa o la presenza di manifestazioni extraintestinali.
Infine è nato praticamente un nuovo settore di ricerca che
è quello della farmacogenetica. Lo studio di particolari
geni ci potrà forse consentire di prevedere la migliore o
peggiore risposta alla terapia o il maggior rischio di alcune complicanze
della malattia.
Si affaccia all’orizzonte una nuova era che, anche se non
in termini brevissimi, potrà consentirci di cambiare la storia
naturale di queste malattie. E’ importante al momento non
sovrastimare e vagliare con cura l’importanza degli studi
di genetica. Va sottolineato ancora una volta che questi studi sono
pura ricerca e a volte richiedono diversi anni per essere validati
ed avere dei risvolti clinici per tutti i giorni.
LA RICERCA DELLE FAMIGLIE NON È FINITA; È ESTREMAMENTE
UTILE CHE GLI OPERATORI SANITARI CHE SEGUONO FAMIGLIE CON PIÙ
CASI DI MICI O GLI STESSI PAZIENTI DI QUESTE FAMIGLIE CHE DESIDERINO
PARTECIPARE ALLO STUDIO (È SUFFICIENTE UN SEMPLICE PRELIEVO
DI SANGUE) CI CONTATTINO. SAPREMO INDICARE IL CENTRO IN ITALIA A
LORO PIÙ VICINO CHE COLLABORA CON QUESTO STUDIO E LI TERREMO
INFORMATI SUI RISULTATI.
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