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Quali
fattori favoriscono l'insorgenza delle malattie infiammatorie intestinali
o ne aggravano l'andamento?
Dott. Giorgio Minoli
Primario Divisione Medicina 2° Unità di Gastroenterologia
Dott. Gianmichele Meucci
Assistente
Ospedale Valduce - Como
E' abituale che i ricercatori che studiano malattie di cui non si
conosce la causa, si concentrino sul tentativo di identificare fattori
che si associno ad un rischio aumentato di ammalarsi (o di avere
una malattia più grave), nella speranza che questo possa
aiutare a risalire alla causa della malattia stessa.
Inevitabilmente, questo succede anche nel caso delle malattie infiammatorie
intestinali: nella letteratura scientifica compaiono pertanto molto
di frequente nuove notizie riguardo associazioni fra la malattia
di Crohn o la colite ulcerosa da una parte, ed i più disparati
fattori demografici, clinici, dietetici e via discorrendo dall'altra.
Poichè queste notizie sono spesso riprese da giornali divulgativi,
e purtroppo non sempre con la necessaria obiettività, è
utile fare il punto della situazione.
In primo luogo, come molti dei pazienti già sanno, le malattie
infiammatorie intestinali presentano una certa tendenza alla familiarità:
questo significa che i parenti prossimi (genitori, figli e fratelli)
di un paziente ammalato hanno un rischio di ammalarsi più
alto rispetto al resto della popolazione, e questo rischio è,
all'incirca, pari all'uno per cento. Va subito notato che questo
non significa che si tratti di malattie "ereditarie" nel
vero senso della parola (non si trasmettono cioè dai genitori
ai figli con caratteri genetici) e che il rischio di ammalarsi di
un parente di un soggetto ammalato, se pur è aumentato, resta
comunque basso in termini assoluti: in pratica, 99 parenti su 100
di un soggetto ammalato non si ammaleranno mai. Non esiste quindi
motivo di allarmarsi per il destino dei propri congiunti, ma è
sufficiente consigliar loro di farsi visitare il più presto
possibile qualore dovessero iniziare ad accusare disturbi intestinali.
Un fattore molto importante è invece rappresentato dal fumo
di sigaretta: numerosi studi hanno inequivocabilmente dimostrato
che i fumatori hanno un rischio di ammalarsi di malattia di Crohn
molto più alto dei non fumatori. Non solo: i pazienti con
malattia di Crohn che continuano a fumare hanno riacutizzazioni
della malattia più frequenti e se operati, tendono a riammalarsi
più in fretta e più spesso. Sembra inoltre che anche
il fumo passivo (cioè il convivere con una persona che fuma
pur non essendo a propria volta fumatore) sia a questo proposito
molto dannoso.
E' quindi molto importante che i pazienti con malattia di Crohn
si astengano dal fumare.
Al contrario, la colite ulcerosa insorge più spesso nei non
fumatori e ancora di più negli ex-fumatori, ed i pazienti
ammalati di colite ulcerosa che fumano, pare abbiano meno riacutizzazioni
rispetto a chi non fuma.
Per quanto riguarda l'utilizzo dei contraccetivi orali, è
effetivamente vero che le donne che ne fanno uso hanno rischio di
ammalarsi di malattia di Crohn (per la colite ulcerosa il problema
non esiste) leggermente più alto rispetto alle donne che
non ne fanno uso.
Questo fatto è considerato interessante, dal punto di vista
scientifico, come spunto per tentare di capire la vera cusa della
malattia, ma non deve in alcun modo generare allarme o indurre le
pazienti a modificare il loro comportamento
A prova di ciò, un'accurata revisione dei dati disponibili
(pubblicata su un'autorevole rivista inglese) ha dimostrato che
il rischio di ammalarsi di una donna che utilizza questi farmaci
è soltanto di una volta e mezza più alto rispetto
a quello di una donna che non li assume: tradotto in cifre, se una
donna che non assume i contraccettivi ha ogni anno 2 probabilità
su centomila di ammalarsi, una che li assume ne ha 3 su centomila
(un rischio si, ma comunque bassissimo!).
Ancora più debole è il sospetto che l'uso dei contraccettivi
possa aggravare l'andamento della malattia di Crohn; alcuni studi
hanno infatti suggerito una eventualità di questo tipo, ma
altri l'hanno esclusa.
Un altro fattore importante è rappresentato dall'utilizzo
dei cosidetti FANS o "farmaci antinfiammatori non steroidei",
vale a dire quell'ampia categoria di medicinali che vengono comunemente
utilizzati a scopo antinfiammatorio, antidolorifico e antifebbrile.
E' stato dimostrato che il loro utilizzo (che beninteso, in molte
situazioni è assolutamente irrinunciabile) può causare
delle forme di colite o di enterite molto simili alla colite ulcerosa
e alla malattia di Crohn. Inoltre nei pazienti affetti da M.I.C.I.
l'assunzione di questi farmaci sembra possa favorire (anche se non
tutti sono d'accordo) una riacutizzazone.
Per questo viene raccomandato ai pazienti di non assumere mai di
propria iniziativa farmaci antidolorifici o "antinfluenzali",
ma di consultare prima il proprio medico, per essere consigliati
per il meglio.
Per quanto riguarda la dieta, nonostante molte ricerche al riguardo,
non è mai emerso nulla di sostanziale: nel corso degli anni
molti alimenti sono stati prima "incriminati" e successivamente
"scagionati" dall'accusa di favorire l'insorgenza delle
M.I.C.I.: ultimo a salire sul banco degli imputati è stato
il "fast-food" che in uno studio è stato associato
ad un elevato rischio di ammalarsi sia di malattia di Crohn sia
di colite ulcerosa: in mancanza di ulteriore conferme, tuttavia,
anche questa segnalazione non deve essere presa sul serio.
Anche la teoria, abbastanza di moda qualche hanno fa, secondo cui
molte riacutizzazioni della malattia di Crohn potrebbero essere
scatenate dalla intolleranza ad alcuni cibi (e, quindi, identificare
e eliminare dalla dieta questi cibi potrebbe migliorare le cose)
non è mai stata confermata e, anzi, sembra essere smentita
dagli studi più recenti.
Un pò più credibile sembra il fatto che la malattia
di Crohn insorga più di frequente in chi assume molti zuccheri
raffinati e meno di frequente in chi assume molte fibre vegetali,
ma non è chiaro come debba essere interpretato questo fatto.
In ogni caso, non sembra che una modifica delle abitudini dietetiche
nei pazienti già ammalati possa influire sull'andamento della
malattia.
Infine si può ricordare (ma è solo una curiosità)
che le persone sottoposte ad asportazione dell'appendice pare si
ammalino di colite ulcerosa meno spesso di quelle che non hanno
subito questa operazione: anche in questo caso, se il dato può
essere interessante per gli studiosi dell'argomento, non ha alcuna
rilevanza ai fini pratici (l'appendice va asportata soltanto quando
è necessario!).
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