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"L’esame endoscopico nelle malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD): quando, come, perché?"

Angelo Pera, Marco Daperno, Raffaello Sostegni, Nadia Scaglione, Alessandro Lavagna, Elena Ercole, Caterina Rigazio, Rodolfo Rocca

Centro Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali, UOA Gastroenterologia, Ospedale Mauriziano Umberto I, Largo Turati 62, Torino
e-mail: gastroentero@mauriziano.it, doctora@inwind.it

Introduzione
L’esecuzione dell’esame endoscopico è estremamente importante per la diagnosi e la gestione delle malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD).
Tuttavia la colonscopia totale è un esame invasivo, fastidioso, nonché relativamente costoso e poco disponibile sul territorio, pertanto per un insieme di motivi, l’esame endoscopico andrebbe utilizzato solamente nei casi in cui il risultato possa orientare ad un diverso intervento terapeutico, o possa offrire informazioni preziose per il paziente in termini prognostici.
Un esame condotto solo per osservare il quadro endoscopico, ma che non possa essere determinante per decisioni terapeutiche o prognostiche, non è indicato.

L’endoscopia nella diagnosi delle IBD
L’endoscopia a tutt’oggi rappresenta il miglior strumento diagnostico per le IBD. I quadri osservabili non sono di per sè assolutamente specifici, ma spesso la contemporanea presenza di più fattori suggestivi per una malattia infiammatoria cronica intestinale consente un orientamento diagnostico preciso.
Nel corso di un esame condotto per il sospetto di IBD si devono eseguire prelievi bioptici dei vari segmenti colici esplorati, dell’ileo terminale e del retto, anche in assenza di lesioni macroscopicamente evidenti. L’anatomopatologo in questo modo disporrà del maggior numero possibile di dettagli su cui formulare una diagnosi. Tuttavia il compito del patologo è particolarmente complesso dato che alcune delle caratteristiche più importanti che consentono la differenziazione della rettocolite ulcerosa (RCU) dalla malattia di Crohn (MC) sono localizzate più in profondità rispetto agli strati mucosi che possono essere raggiunti con una normale biopsia endoscopica.
Il primo compito dell’endoscopista è quello di distinguere il quadro di una IBD da quello di coliti determinate da una causa nota, come le coliti batteriche (colite pseudomembranosa, da Salmonella o coliti batteriche autolimitanti da patogeni non noti), le coliti ischemiche, da radiazioni, da farmaci antiinfiammatori non steroidei e così via.
In secondo luogo, qualora il quadro endoscopico orienti verso una diagnosi di IBD, l’endoscopista deve distinguere la malattia di Crohn dalla rettocolite ulcerosa. L’esame endoscopico, in mani esperte, consente di raggiungere una diagnosi definitiva in maniera piuttosto accurata. Uno studio prospettico [ 1 ] su 606 colonscopie eseguite in 357 pazienti affetti da IBD ha dimostrato un’accuratezza dell’endoscopia per la diagnosi di malattia di Crohn o di rettocolite ulcerosa dell’89%; il 7% dei casi non poteva essere assegnato all’uno o all’altro gruppo diagnostico (per cui i pazienti ricevevano una diagnosi di “IBD, tipo non certo”) e il 4% dei casi era diagnosticato nella categoria errata (MC anziché RCU o viceversa).

L’endoscopia nella RCU
L’esecuzione dell’esame endoscopico in un paziente affetto da RCU nota è indicata:
Nel sospetto che una RCU distale si sia estesa prossimalmente
In caso di RCU acuta grave al momento dell’ospedalizzazione
Indicazioni relative, su cui esistono pareri discordanti, sono:
Dopo il trattamento di un episodio acuto, per verificare l’avvenuta guarigione
Per sorveglianza nelle RCU estese che perdurano da oltr 10-12 anni
In caso di coliti distali (proctiti, proctosigmoiditi, coliti sinistre), in cui il trattamento con clismi diventi inadeguato a controllare i sintomi, l’esecuzione di un esame endoscopico ha il duplice beneficio di osservare la gravità endoscopica del quadro endoscopico e di valutare se la malattia non si sia estesa ad interessare tutto o quasi tutto il colon. Entrambe queste informazioni si trasformano in altrettante utili indicazioni per orientare il trattamento, che a seconda della gravità e dell’estensione di malattia può andare dalla necessità di ospedalizzare il paziente ed eseguire un trattamento steroideo endovenoso a quella di trattare ambulatorialmente il paziente con farmaci attivi solo localmente.
In caso di RCU acuta grave, il controllo endoscopico eseguito al momento dell’ospedalizzazione fornisce importanti elementi prognostici ed un indirizzo di tipo terapeutico. In uno studio di Carbonnel e coll. [ 2 ] è stato dimostrato che l’esecuzione di una colonscopia totale è possibile nell’86% dei casi in corso di colite acuta grave (su 85 casi di RCU acuta grave), senza il verificarsi di alcuna complicanza maggiore.
Oltre ad evidenziare la sicurezza e la fattibilità dell’esame endoscopico, il lavoro di Carbonnell e coll. evidenzia anche un ruolo fondamentale della colonscopia come fattore prognostico: in presenza di un quadro endoscopico grave i pazienti sono particolarmente a rischio di necessitare di un intervento chirurgico di colectomia (i pazienti con lesioni endoscopiche gravi risultano avere un rischio di colectomia incrementato di oltre 40 volte).
Anche in uno studio clinico effettuato su una serie di 149 episodi di RCU acuta grave [ 3 ] presso l’Ospedale Mauriziano di Torino la presenza di lesioni endoscopiche gravi è risultata significativamente maggiore nei pazienti che hanno poi avuto necessità di intervento chirurgico (91% nei non-responders rispetto a 34% nei responders, rischio di colectomia in caso di quadro endoscopico grave aumentato di oltre 20 volte).
Per quanto riguarda la valutazione della guarigione endoscopica per orientare la gestione della terapia di mantenimento, esistono alcune prove che una migliore guarigione delleulcerazioni del colon dopo il trattamento acuto dei pazienti possa permettere una più prolungata remissione dei sintomi di malattia. Sulla base di queste evidenze in alcuni centri si procede routinariamente alla valutazione endoscopica 4-6 settimane dopo il trattamento di un episodio di acuzie e la remissione dei sintomi, e si decide la migliore strategia di mantenimento sulla base della completa o incompleta guarigione endoscopica.
Tuttavia l’argomento è ancora dibattuto, ed al momento l’esecuzione dell’endoscopia dopo l’episodio acuto non è indicata in maniera assoluta.
La prevenzione del carcinoma colorettale nella rettocolite ulcerosa è un altro argometo oggetto di dibattito. La motivazione si basa principalmente sui primi studi epidemiologici della RCU, che rivelavano un notevole incremento di rischio di carcinoma colorettale nei pazienti affetti da rettocolite ulcerosa, al punto che in alcuni paesi era invalsa la strategia della “colectomia preventiva” dopo 8-10 anni di malattia.
Tuttavia studi più recenti (come quello di Palli e coll [ 4 ]) hanno dimostrato che non sembrerebbe esserci alcun aumento di rischio nella popolazione generale dei pazienti affetti da IBD. Una motivazione potrebbe essere che i primi studi rappresentavano non la fotografia di una popolazione di normali pazienti con RCU, bensì il sottogruppo di pazienti più gravi che afferivano ai centri di eccellenza, dando così un quadro distorto dei problemi di questi pazienti.
Tuttavia lo screening continua ad essere indicato nei pazienti che hanno multipli fattori di rischio per carcinoma colorettale: in caso di RCU estesa a tutto il colon, cronicamente attiva da oltre 10 anni, in concomitanza con la presenza di colangite sclerosante e familiarità per tumori del colon-retto (parenti di primo grado che hanno sviluppato tumori in età inferiore ai 60 anni), una colonscopia di screening annuale/biennale dopo i 10 anni di malattia è consigliabile. In tal caso l’endoscopista dovrà eseguire multiple biopsie per la ricerca di alterazioni displastiche, che precedono l’insorgenza di un tumore e rappresentano l’indicazione, se confermate, ad eseguire l’intervento di colectomia per evitare lo sviluppo di un carcinoma.

L’endoscopia nella MC
L’esecuzione dell’esame endoscopico in un paziente affetto da MC nota è indicata:
In caso di malattia di Crohn acuta che non risponde agli usuali trattamenti medici
Dopo intervento chirurgico per valutare la recidiva endoscopica precoce
Indicazione relativa, su cui esistono pareri discordanti, è l’esecuzione dell’endoscopia
dopo il trattamento di un episodio acuto, per verificare l’avvenuta guarigione
In caso di MC che diventa improvvisamente refrattaria l’esecuzione dell’esame endoscopico consente, laddove il segmento intestinale affetto sia raggiungibile, di valutare l’effettiva gravità delle lesioni endoscopiche, per modulare il trattamento sulla base del quadro osservabile.
L’indicazione più affermata, tuttavia, è rappresentata dall’esecuzione 3, 6 o al massimo 12 mesi dopo un’intervento chirurgico, per rivelare con largo anticipo il rischio di recidiva clinica ed eventuale reintervento sulla base della presenza e della gravità delle lesioni endoscopiche osservate. La frequenza di recidiva clinica (sintomatica) dopo intervento di resezione per MC è all’incirca del 50% a 3 anni, tuttavia a livello endoscopico è rilevabile una recidiva fino al 60-70% entro 6-12 mesi.
Ancora più rilevante dal punto di vista clinico è la dimostrazione che la presenza ed il tipo di recidiva endoscopica predicono il successivo decorso di malattia [ 5 ]: se non vi sono segni di recidiva o vi è una recidiva minima (meno di 5 ulcere aftoidi a livello dell’anastomosi) ad un anno dall’intervento, la probabilità di recidiva clinica a 7 anni è del 9%, mentre il 100% dei pazienti con recidive endoscopiche più importanti ha una recidiva sintomatica di malattia entro 4 anni dall’intervento chirurgico. Il gold standard attuale per la misura della recidiva endoscopica è rappresentato dallo score di Rutgeerts.
Le ricadute pratiche di tali evidenze sono potenzialmente assai rilevanti: l’esecuzione sistematica di un esame endoscopico dopo un intervento di resezione consente di identificare precocemente i pazienti ad elevato rischio di recidiva clinica ed eventualmente di reintervento. In questo sottogruppo di pazienti a rischio maggiore di recidiva l’utilizzo precoce di terapie immunosoppressive e comunque più intensive appare giustificato nella pratica clinica, anche se mancano al momento studi prospettici randomizzati in tale senso.
Infine il ruolo dell’endoscopia per valutare la guarigione endoscopica dei pazienti affetti da MC trattati per un episodio acuto, analogamente a quanto si è detto per la RCU, è attualmente oggetto di dibattito.
In passato è stato dimostrato che la mesalazina e gli steroidi non determinano una guarigione endoscopica significativa, e che il prolungamento del trattamento steroideo nei pazienti in cui la guarigione endoscopica non è raggiunta non consente di ottenere remissioni più durature.
Tuttavia più recentemente è stato dimostrato che il trattamento prolungato con azatioprina induce lentamente una guarigione anche delle lesioni endoscopiche, inoltre il trattamento con infliximab (anticorpi monoclonali anti-TNF alfa) determina una rapida regressione delle lesioni endoscopiche, entro 4 settimane dalla prima infusione, in caso di risposta al trattamento.
Il dato di per sè sarebbe poco importante ai fini delle decisioni terapeutiche per il paziente che, come si è detto all’inizio, dovrebbe essere la principale motivazione all’esecuzione di un esame endoscopico. Tuttavia del tutto recentemente è stato dimostrato che i pazienti trattati con infliximab in cui si ottenenva non solo una remissione dei sintomi, ma anche una guarigione delle lesioni a livello del colon, osservabili endoscopicamente, subivano nell’anno successivo un minor numero di ricoveri ospedalieri e di interventi chirurgici, e mantenevano più a lungo la risposta terapeutica.
La misura dell’attività endoscopica e della risposta al trattamento non è attualmente indicata di routine per i pazienti affetti da malattia di Crohn, ma è uno degli obiettivi considerati per l’efficacia delle nuove strategie terapeutiche “biologiche”.

Conclusioni
L’esame endoscopico è indicato nella pratica clinica solo nelle occasioni in cui la sue esecuzione è determinante per acquisire dati altrimenti non disponibili, tali che possano determinare importanti differenze terapeutiche per il paziente.
Per la diagnosi delle IBD e la differenziazione in malattia di Crohn e rettocolite ulcerosa l’endoscopia e a tutt’oggi l’esame più importante, anche se talvolta non è di per sé sufficiente a giungere ad una diagnosi definitiva.
Nella rettocolite ulcerosa acuta grave l’esame endoscopico fornisce utili notizie sul rischio di fallimento della terapia medica, imponendo diverse strategie per il paziente con lesioni endoscopiche gravi. L’utilizzo per la valutazione della guarigione endoscopica dopo un trattamento acuto e per la prevenzione dei tumori colorettali è un’indicazione meno assoluta.
Nella malattia di Crohn l’esecuzione dopo 3-6 mesi dall’intervento è consigliabile per conoscere il rischio di recidive sintomatiche ed eventualmente decidere strategie di terapia medica più aggressive. L’uso per valutare la guarigione determinata dalle terapie mediche è meno codificato, e l’endoscopia in questo ambito andrebbe condotta prevalentemente nell’ambito di srudi scientifici.
Infine in caso di improvvisa ed inspiegata refrattarietà, sia in caso di rettocolite ulcerosa, sia in caso di malattia di Crohn, l’esecuzione dell’esame endoscopico consente di valutare la causa della refrattarietà, il grado di acuzie, di escludere cause concomitanti dei sintomi accusati ed estensione in senso prossimale di una rettocolite distale.


Bibliografia

1. Pera A, Bellando P, Caldera D, Ponti V, Astegiano M, Barletti C, David E, Arrigoni A, Rocca G, Verme G. Colonoscopy in inflammatory bowel disease. Diagnostic accuracy and proposal of an endoscopic score. Gastroenterology 1987; 92:181-5.
2. Carbonnel F, Lavergne A, Lemann M, Bitoun A, Valleur P, Hautefeuille P, Galian A, Modigliani R, Rambaud JC. Colonoscopy of acute colitis. A safe and reliable tool for assessment of severity. Dig Dis Sci 1994; 39:1550-7.
3. Daperno M, Sostegni R, Scaglione N, Della Monica P, Ercole E, Rigazio C, Masoero G, Rocca R, Pera A. Predictive factors of severe ulcerative colitis outcome at hospital admission: Results of a 7 years study. Gut 2002; 51.
4. Palli D, Trallori G, Bagnoli S, Saieva C, Tarantino O, Ceroti M, d'Albasio G, Pacini F, Amorosi A, Masala G. Hodgkin's disease risk is increased in patients with ulcerative colitis. Gastroenterology 2000; 119:647-53.
5. Rutgeerts P, Geboes K, Vantrappen G, Beyls J, Kerremans R, Hiele M. Predictability of the postoperative course of Crohn's disease. Gastroenterology 1990; 99:956-63.

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