Diagnosi
e clinica delle IBD
Dr. Angelo Pera
Unità di Gastroenterologia
Ospedale Mauriziano
Umberto I di Torino
Introduzione
Le malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD dall’inglese
Inflammatory Bowel Disease) sono malattie croniche non fatali che
presentano difficoltà nella diagnosi e nella gestione clinica,
per la loro natura estremamente eterogenea.
Quadri clinici di presentazione
La diagnosi di IBD giunge spesso a seguito di uno dei tre quadri
clinici di presentazione più caratteristici (dolore nei quadranti
addominali inferiori di destra, diarrea ematica e diarrea cronica),
ovvero è il risultato di lunghi processi diagnostici in caso
di sintomatologia più sfumata.
In caso di dolore addominale nei quadranti inferiori destri, si
esegue in primo luogo una serie di accertamenti ematochimici (indici
di nutrizione e di infiammazione, metabolismo del ferro, emocromo),
sulla base di questi risultati si pone un sospetto di IBD, che va
corroborato da accertamenti di tipo morfologico. Il primo di questi
è rappresentato dall’esecuzione di un’ecografia
intestinale, che può rilevare segni di infiammazione intestinale
o di complicanze extraintestinali. I risultati dell’ecografia
intestinale rappresentano l’indicazione ad accertamenti maggiormente
invasivi, in caso di positività, per lo studio del piccolo
intestino (Rx transito o clisma del tenue) o del colon (colonscopia).
In caso di diarrea ematica in primo luogo va appurato se si tratta
di una colite acuta grave, moderata o lieve, sulla base di parametri
clinici e laboratoristici (frequenza delle evacuazioni, frequenza
cardiaca, temperatura, anemizzazione, albuminemia, leucocitosi).
Se il quadro è di colite acuta grave, l’invasività
degli accertamenti dovrà essere limitata (colonscopia distale
senza preparazione né insufflazione, per valutare diagnosi
e possibilità di risposta alla terapia), mentre in caso di
colite lieve-moderata si può procedere ad accertamenti più
approfonditi (colonscopia totale con ileoscopia e biopsie multiple).
In caso di diarrea cronica, ossia che perdura da oltre 6 mesi,
si eseguono accertamenti preliminari, tra cui gli esami ematochimici
per escludere altre patologie causa di diarrea (in particolare la
malattia celiaca) e per valutare gli indici di flogosi (PCR, aptoglobina
e VES), l’emocromo, gli indici nutrizionali (albumina, prealbumina
e RBP –Retinol Binding Protein-), l’emocromo, il bilancio
del ferro (sideremia, transferrina, ferritina). Se si sospetta una
IBD, si procede all’ecografia intestinale, che permette di
orientare le successive indagini allo studio dell’intestino
tenue (Rx transito o clisma del tenue) o del colon (colonscopia),
valutando la sede più sospetta per localizzazione di IBD.
Metodiche diagnostiche: un bilancio critico
Nella diagnostica di queste malattie sono disponibili molte metodiche
diverse, ma spesso è difficile valutare quale possa essere
la tecnica più adatta a quadri diversi di malattia.
Ognuno di questi test è stato valutato in condizioni ideali,
e presenta dati di efficacia teorica (la cosiddetta efficacy degli
autori anglosassoni).
Ma il dato più importante nella pratica clinica delle diverse
realtà ospedaliere è quella che gli anglosassoni definiscono
effectiveness: l’efficacia reale raggiungibile con una metodica
nella realtà di una determinata struttura, che si confronta
con la disponibilità delle risorse, l’inclusione di
casi non selezionati, le capacità degli operatori disponibili.
Per ognuno degli strumenti diagnostici che verranno esposti a seguire,
dunque, dobbiamo considerare che la loro efficacia teorica è
da confrontare con l’effectiveness e lo scopo deve essere
quello di utilizzare volta per volta la metodica che può
migliorare di più lo stato di salute del paziente, creandogli
il minimo disagio, affrontando i rischi e i costi minori possibili.
Colonscopia
Rappresenta la metodica diagnostica di più largo impiego
nello studio della rettocolite ulcerosa (RCU) e della malattia di
Crohn (MC), consente una valutazione morfologica diretta delle lesioni
presenti nel colon e della loro estensione, il prelievo bioptico
per l’analisi istologica ed in casi selezionati il trattamento
di alcune complicanze. La diagnosi corretta è possibile sulla
base dell’aspetto endoscopico in un’elevata percentuale
dei casi; in uno studio di alcuni anni fa condotto dal nostro gruppo
l’accuratezza diagnostica dell’endoscopia per la diagnosi
di RCU e MC raggiungeva l’89%, la maggior parte degli errori,
inoltre, era da riferirsi ai casi con endoscopia eseguita in fase
acuta, con maggiori difficoltà ad eseguire una valutazione
complessiva e in cui le alterazioni erano meno specifiche. La colonscopia
rappresenta inoltre un ottimo mezzo per valutare il grado di severità
di IBD del colon, per individuare e studiare le recidive postchirurgiche
e per monitorare la risposta ad alcune terapie mediche (Infliximab).
Istologia
Viene erroneamente considerato il gold standard della diagnosi
di IBD: l’accuratezza sulle biopsie endoscopiche non è
elevatissima, in uno studio che confrontava i risultati delle biopsie
endoscopiche con quelli dell’esame istologico sul pezzo operatorio
dopo resezioni chirurgiche, la concordanza raggiungeva il 70% per
la RCU ed appena il 40% per la MC. Inoltre le lesioni istologiche
elementari utilizzate per giungere alla diagnosi di IBD non sono
patognomoniche, ma ricorrono anche in quadri di malattia non cronica
o in infiammazioni aspecifiche. Peraltro studi recenti hanno dimostrato
che i patologi sono portati a sovrastimare la flogosi fisiologica,
mentre tendono a classificare con minor precisione quadri infiammatori
che hanno caratteristiche di specificità. Pertanto l’esame
istologico non andrebbe considerato a sé, ma solo all’interno
dei risultati delle altre metodiche diagnostiche: rappresenta una
conferma più che l’attore protagonista della diagnosi
di IBD.
Ecografia
E’ una metodica non invasiva che permette di ottenere una
quantità di dati che risulta fondamentale per la diagnosi
ed il follow-up dei pazienti con IBD. Alcune lesioni delle malattie
infiammatorie croniche intestinali danno luogo ad immagini ecograficamente
riconoscibili. Studi collaborativi tra il nostro gruppo e quello
del Prof. Bianchi Porro (in particolare con il Dott. Maconi) hanno
dimostrato che nel follow-up dei pazienti sottoposti ad intervento
chirurgico per IBD l’ecografia rappresenta lo strumento più
sensibile ed economico, facilmente eseguibile e per nulla invasivo,
pertanto ripetibile in ogni momento. Ma il ruolo di questo strumento
diagnostico, forte dell’esperienza accumulata in questo campo,
sta diventando sempre maggiore nella diagnosi, nello screening,
nel follow-up, nonché in pazienti che per vari motivi non
possono essere sottoposti ad esami radiologici (come in caso di
gravidanza) e nello studio di complicanze extraintestinali.
L’ecografia può individuare segni diagnostici sicuri
(l’immagine di target -bersaglio-, l’ispessimento della
parete intestinale e la perdita della normale struttura di parete)
e segni di probabilità: la diagnosi ecografica deve essere
il frutto della combinazione di questi diversi aspetti, fino ad
arrivare a livelli di sensibilità, specificità ed
accuratezza diagnostica dell’ordine dell’80%, numeri
confermati anche da dati recenti del Dott. Maconi. Tuttavia occorre
cautela nell’interpretazione dei dati ecografici; l’esperienza
e la preparazione dell’operatore sono fondamentali ancor più
che per ecografie di altri distretti corporei, sono necessari ecografisti
che si dedichino in maniera quasi esclusiva a questo tipo di metodica,
ma i risultati migliori si ottengono quando il clinico utilizza
direttamente la metodica.
Radiologia tradizionale
Tra le indagini della radiologia tradizionale fondamentali sono
il Transito del tenue e il Clisma del tenue a doppio contrasto.
Il primo esame viene eseguito con la somministrazione di mezzo di
contrasto per os (bario), è meno fastidioso per il paziente
e fornisce immagini meno precise dal punto di vista iconografico.
Il secondo richiede il posizionamento di un sondino naso-digiunale
oltre l’angolo del Treitz, è più indaginoso,
ma fornisce immagini molto accurate del piccolo intestino. L’unico
studio che ha confrontato le due metodiche radiologiche, eseguito
dal gruppo di Bernstein, è stato eseguito su 26 pazienti
affetti da malattia di Crohn. Lo studio prevedeva l’effettuazione
entro pochi giorni di entrambe le metodiche radiologiche ed apparentemente
il clisma non presenterebbe vantaggi nei confronti del transito,
a meno che sia in mani estremamente esperte. Al contrario, anzi,
il clisma presenterebbe due svantaggi tecnici intrinseci alla metodica
stessa: in primo luogo il posizionamento del sondino oltre la terza
porzione duodenale, necessario per problemi tecnici, rende assolutamente
impossibile la valutazione di lesioni gastriche o duodenali, non
infrequenti nella malattia di Crohn e comunque molto importanti
dal punto di vista della prognosi del paziente. Inoltre il clisma
impone un’esposizione a una quantità di radiazioni
nettamente superiore rispetto a quella del transito (che non viene
seguito in radioscopia).
Pertanto le conclusioni dello studio di Bernstein e colleghi erano
che nella malattia di Crohn già diagnosticata il clisma del
tenue non sia necessario né in prima battuta, né dopo
un transito eventualmente negativo, perché non presenta alcun
valore aggiuntivo rispetto al potere diagnostico dell’altra
indagine radiologica.
Un comportamento raccomandabile potrebbe essere quello di eseguire
un clisma al momento della diagnosi di malattia di Crohn (per rilevare
anche lesioni subcliniche di scarso interesse immediato, ma di possibile
rilevanza clinica nel futuro del paziente) e di utilizzare il transito
in caso di recidiva, in quanto più sensibile per individuare
lesioni "alte", meno dannoso dal punto di vista della
radioesposizione, meno indaginoso per il paziente, meno operatore-dipendente
e comunque parimente significativo per le indicazioni cliniche.
Il ruolo, invece, del Clisma opaco del colon nella diagnosi e nel
follow-up dei pazienti con RCU e MC è attualmente scarsissimo,
data la semplicità dell’approccio endoscopico, la maggior
sensibilità di questo secondo approccio e la possibilità
che offre di poter acquisire campioni bioptici e operare atti terapeutici.
Altre metodiche radiologiche
Tra le altre metodiche radiologiche la TC, Tomografia Computerizzata,
ha un ruolo assolutamente preferenziale nello studio delle complicanze
extraparietali: valutazione di raccolte extraintestinali, ascessi,
fistole, complicanze locali sia a livello di regione perianale che
a livello addominale in genere. Applicazioni più avanzate
delle metodiche TC sono rappresentate dal Clisma-TC, cioè
l’esecuzione di un clisma del tenue con acquisizione di immagini
TC, che consente di studiare ad un tempo il profilo mucoso (come
nel clisma tradizionale), l’aspetto extramurale (come con
la TC tradizionale) ed anche la vascolarizzazione di parete, l’ispessimento
e il grado di attività dell’infiammazione (attraverso
l’osservazione durante iniezione di contrasto venoso). Infine
un ruolo futuro potrà essere giocato dalla TC tridimensionale,
che permette ricostruzioni spaziali ed in particolare l’esecuzione
di Colonscopia virtuale, ma l’eventuale ruolo di queste metodiche
avveniristiche è ancora tutto da dimostrare.
Altra metodica di sempre maggior importanza è la RM, Risonanza
Magnetica, che ha indicazioni simili alla TC, ma che assume la massima
importanza nello studio della patologia perianale: le nuove tecniche
con bobina endorettale permettono di raggiungere elevatissima definizione
proprio nell’area perianale e presenta i margini di maggiore
evoluzione possibile. Tuttavia i costi della RM sono ancora estremamente
elevati, per cui occorrono maggiori conferme.
La defecografia viene utilizzata talvolta proprio nello studio
della patologia perianale, in quanto durante il ponzamento la pressione
del contrasto nel canale anale è elevata, per cui in caso
di malattia fistolizzante perianale tale metodica consente uno studio
fistolografico con costi molto contenuti. Risultati da studi estesi
sono tuttavia attesi per confermare la reale utilità della
metodica.
Scintigrafia con Leucociti marcati
Appartiene ad un gruppo di metodiche poco diffuse per la complessità
e talvolta per i costi. Attraverso una marcatura con elementi radioattivi
di leucociti del paziente, successivamente reinfusi, è possibile
studiare le zone di massima captazione dei leucociti stessi, per
cui aree di attiva infiammazione, quali l’intestino colpito
da IBD acuta, risultano facilmente identificabili. Tale metodica
risulta scarsamente invasiva, anche se richiede accurata preparazione
e organizzazione adeguata ed è operatore-dipendente, tuttavia
fornisce dati funzionali, che si integrano e correlano con i dati
clinici e morfologici ottenibili con altre metodiche.
Metodiche sierologiche
Sono stati proposti nel tempo vari marcatori sierologici delle
IBD. Attualmente godono di maggior credito il dosaggio degli ASCA
(Anticorpi anti-Saccaromyces cerevisiae) e il dosaggio dei p-ANCA
(Anticorpi anti-citoplasma neutrofilo di tipo perinucleare).
Gli ASCA sono più frequenti tra i pazienti affetti da malattia
di Crohn, sono presenti nel 40-70%, mentre sono solo presenti nel
10% dei pazienti con RCU e in meno del 5% della popolazione di controllo.
La loro frequenza varia in diversi sottogruppi di pazienti, sembra
essere maggiore nei pazienti con interessamento ileale. La specificità
di questo test è molto elevata, soprattutto se si esegue
un dosaggio combinato di ASCA IgG ed IgA, giungendo in questo caso
a sfiorare il 100%, mentre la sensibilità è ancora
troppo ridotta per poter essere proposto come unico test di screening
per la MC. Dati recenti, inoltre, sembrano supportare l’ipotesi
che la positività per ASCA rappresenti il marcatore di un
assetto genetico: nelle famiglie con casi di MC i diversi casi ed
i parenti non affetti presentano trend di titolo di ASCA tra di
loro correlati.
I p-ANCA sono più frequenti tra i pazienti affetti da RCU,
sono stati maggiormente studiati, sono presenti nel 50-80%, con
una variabilità in aree geografiche diverse. La positività
per p-ANCA pare associarsi allo sviluppo di pouchiti croniche dopo
intervento di colectomia, a colite sinistra refrattaria e a colangite
sclerosante. Tra i pazienti con MC sono assai meno frequenti (10-15%),
come anche nella popolazione di controllo (<5%). Anche in questo
caso il test sierologico presenta valori di specificità discretamente
elevati, ma la sensibilità (nella popolazione italiana circa
60-70%) non è sufficientemente elevata per proporlo come
test di screening per la RCU.
E’ stata poi proposta l’applicazione combinata di ASCA
e p-ANCA, che consente di suddividere la popolazione di pazienti
con IBD in pazienti ASCA+pANCA- (più probabilmente affetti
da MC) e ASCA-pANCA+ (più probabilmente affetti da RCU, oppure
con una malattia di Crohn con caratteristiche cliniche molto simili
alla RCU – UC-like --). In questo caso la specificità
ed il valore predittivo positivo della batteria sierologica diventa
estremamente elevato (oltre il 90% e prossimo al 100% rispettivamente).
Il nostro gruppo ha studiato in via preliminare un gruppo di 126
pazienti affetti da IBD (RCU, MC o colite indeterminata) con una
diagnosi certa, per valutare la sensibilità e specificità
degli ASCA in una popolazione italiana, dal momento che i dati fin
qui pubblicati riguardavano casistiche di altri Paesi. La sensibilità
per MC è analoga a quella riportata in Letteratura: il 54%
dei pazienti con MC presi in esame risultava positivo, mentre solo
il 7% dei pazienti con RCU era positivo. Dei 6 casi di colite indeterminata,
il 50% risultava essere ASCA+ ed il 50% ASCA-. Nella nostra esperienza,
comunque, a fronte di una sensibilità poco soddisfacente,
la specificità è risultata pari al 93% ed il valore
predittivo positivo del test prossimo al 90%.
Il ruolo definitivo degli ASCA nelle IBD, e della sierologia in
generale, è ancora da approfondire. E’ verosimile che
test di questo tipo ricoprano la massima importanza nello studio
di popolazioni pediatriche, nel controllo di popolazioni a rischio
aumentato di malattia (parenti di I grado) o rappresentino un marker
di un sottostante assetto genetico ed immunologico, che comporti
li sviluppo di anticorpi particolari.
E’ molto meno probabile, invece, che questi o altri marcatori
sierologici ricoprano un ruolo causale nella genesi delle IBD.
Eterogeneità clinica e sottogruppi di malattia
La malattia di Crohn e la colite ulcerosa non sono solo due patologie
distinte tra di loro, ma rappresentano due gruppi di patologie estremamente
eterogenei al loro interno, al punto da far pensare alla possibilità
di molte diverse malattie.
Questa eterogeneità clinica potrebbe basarsi su differenze
di tipo genetico o ambientale, tuttavia al momento attuale la comprensione
della patogenesi di queste malattie non è sufficientemente
avanzata da permetterci di differenziare a tale livello le diverse
forme di IBD.
Molti tentativi sono stati fatti, invece, in passato per tentare
di classificare queste malattie in sottogruppi basati su aspetti
fenotipici; tali sforzi, come anche tentativi recenti di classificare
meglio i pazienti affetti da queste malattie, hanno lo scopo di
individuare sottogruppi maggiormente omogenei rispetto alla prognosi,
alla risposta a diverse terapie e per sviluppare trial clinici.
Sottogruppi nella malattia di Crohn
Sulla base della Localizzazione di malattia Farmer (del gruppo
della Cleveland Clinic) aveva proposta una classificazione della
MC, notando che localizzazioni di malattia ileali, ileocoliche,
coliche e anorettali condizionano diverse associazioni di sintomi,
complicazioni e necessità di interventi chirurgici.
Il Comportamento di malattia è stato considerato nelle classificazioni
proposte da De Dombal (Aggressivo/Indolente) e Sachar (Perforante/Non
perforante) negli anni successivi. Questi studi avevano dimostrato
che i pazienti con diverso comportamento clinico avevano un decorso
di malattia differente, soprattutto per quanto riguarda la storia
chirurgica. Nel primo caso i pazienti con decorso clinico definito
come aggressivo, avevano prognosi meno favorevole rispetto a quelli
con decorso indolente. Nel secondo studio si evidenziava una prognosi
peggiore per pazienti con fistole o perforazioni rispetto a pazienti
con malattia infiammatoria o stenosante, ma senza tali lesioni.
La classificazione di Roma del 1991 prendeva in considerazione
4 variabili: localizzazione, comportamento e storia chirurgica della
malattia; tale classificazione, sviluppata retrospettivamente, consente
di descrivere accuratamente i pazienti, ma è complessa nella
pratica quotidiana (Tabella 1).
Tabella 1. Classificazione di Roma ’91
Localizzazione |
Estensione |
Comportamento
primitivo |
Storia chirurgica |
Stomaco/duodeno |
Localizzata (<10 cm)
|
Infiammatorio |
Primo intervento |
Digiuno |
Diffusa |
Fistolizzante/perforante |
Recidiva |
Ileo |
|
Fibrostenosante |
|
Colon
|
|
|
|
Retto
|
|
|
|
Malattia anorettale |
|
|
|
Nel 1998 a Vienna, nel corso del Congresso Mondiale di Gastroenterologia,
è stata proposta un’ulteriore classificazione, che
tiene conto di: localizzazione, comportamento di malattia ed età
alla diagnosi. Anche in questo caso, nonostante la semplificazione
e il lavoro promosso per creare criteri univoci, la classificazione
è sviluppata retrospettivamente e conduce a troppi sottogruppi
clinici (Tabella 2).
Tabella 2. Vienna Classification
Età alla
diagnosi |
< 40 anni |
|
> 40 anni
|
Localizzazione |
Ileo terminale |
|
Colon |
|
Ileocolon |
|
Gastrointestinale superiore |
Comportamento
|
Fistolizzante |
|
Stenosante |
|
Non-fistolizzante, Non-stenosante
|
La nostra esperienza ci ha portati a considerare per i sottogruppi
clinici comportamento, localizzazione e presentazione. Nell’ambito
degli studi clinici condotti dal nostro gruppo, abbiamo seguito
un gruppo di 309 pazienti affetti da malattia di Crohn per un lungo
periodo (follow-up mediano 24 anni) ed i dati clinici riguardanti
questi pazienti sono stati utilizzati per valutare la correlazione
indipendente di vari modelli classificativi con le variabili prognostiche
della malattia (interventi, cicli terapeutici, recidive post-chirurgiche,
ricoveri ospedalieri).
Tra i dati emersi vi è una conferma dell’importanza
della classificazione secondo il Comportamento di malattia (utilizzata
con approccio gerarchico secondo le indicazioni della Vienna classification:
fistolizzante ® stenosante ® non fistolizzante/non stenosante)
e la Localizzazione di malattia (con maggior importanza di differenza
malattia colica ® non colica, sempre con approccio gerarchico,
in accordo anche con le segnalazioni presenti in Letteratura). Questi
due sistemi classificativi, così concepiti, consentono l’individuazione
di 6 sottogruppi classificativi della malattia di Crohn di facile
ed univoca interpretazione e correlano significativamente con il
numero di interventi chirurgici subiti dal paziente nel prosieguo
della sua storia clinica, con il numero di recidive post-chirurgiche,
con il numero di mesi di terapia steroidea e con azatioprina.
Un’ulteriore classificazione molto interessante, significativamente
correlata al numero di interventi chirurgici, al numero di recidive
postchirurgiche ed al numero di ricoveri ospedalieri, è quella
della PRESENTAZIONE, intesa come Medica o Chirurgica. In questo
caso il criterio classificativo gerarchico utilizzato è il
seguente: la diagnosi di malattia è stata "in ambiente
chirurgico" perché il paziente si è presentato
con addome acuto, sintomatologia ostruttiva, o simil-appendicitica
(Presentazione Chirurgica), oppure l’esordio è stato
più insidioso, con uno qualsiasi dei sintomi meno acuti (Presentazione
Medica).
Uno dei dati emersi dall’analisi multivariata dei nostri
dati è che l’età alla diagnosi, proposta dalla
Vienna classification, non risulta significativamente correlata
alle variabili di outcome, pertanto non sembra essere un sistema
classificativo utile per differenziare in maniera stabile sottogruppi
della malattia di Crohn.
La classificazione basata su tre sistemi classificativi (Comportamento,
Localizzazione e Presentazione) permette di ridurre il numero delle
sottoclassi della malattia di Crohn (12 anziché 24) e di
sfruttare variabili disponibili al momento della diagnosi di malattia
di Crohn. È da confermare l’affidabilità di
questo tipo di classificazione.
Sottogruppi nella colite ulcerosa
E’ stata considerata la localizzazione di malattia: l’estensione
della malattia (proctosigmoidite, colite sinistra e pancolite) correla
con complicanze precoci e manifestazioni extraintestinali; i pazienti
con pancolite, d’altra parte, presentano una malattia più
aggressiva con complicazioni più frequenti e con manifestazioni
extraintestinali; la proctosigmoidite refrattaria, poi, sembra costituire
un’entità nosologica a sé, con frequenti complicanze
e decorso complicato da resistenza alla terapia standard.
Un’altra classificazione si basa sul comportamento di malattia,
infatti pazienti con diverse caratteristiche cliniche della RCU
sembrano mantenerle per tutta la loro storia clinica, per cui si
possono identificare tre tipi di decorso: Solo primo attacco, Colite
ulcerosa cronica intermittente, Colite ulcerosa cronica continua.
CONCLUSIONI
Per la diagnosi di malattia di Crohn o di colite ulcerosa non esiste
un gold standard, non può, quindi, essere frutto di una sola
metodica diagnostica.
Anche una diagnosi di malattia di Crohn o di colite ulcerosa per
se non è oggigiorno sufficiente: dati essenziali per specificare
al meglio una diagnosi di IBD devono essere l’estensione o
la localizzazione, il comportamento di malattia, la presentazione
clinica e la presenza di manifestazioni extraintestinali.
Queste patologie mantengono caratteristiche di sfida per il clinico,
che ha bisogno di metodiche diagnostiche sempre più precise,
ma che ha bisogno anche di progressi nella conoscenza delle patologie
al fine di poter classificare meglio i pazineti in funzione della
loro prognosi.
D’altra parte è possibile che in futuro gli studi
che spiegheranno meglio i meccanismi immunopatogenetici e la genetica
di queste malattie conducano al superamento della diagnosi stessa
di MC o RCU: la descrizione di pattern di aspetti patogenetici essenziali
potrebbe identificare sottogruppi di pazienti maggiormente omogenei
in termini di prognosi e risposta alla terapia in maniera più
precisa rispetto ai quadri oggi possibili con le semplici diagnosi
di malattia di Crohn o colite ulcerosa.
GLOSSARIO:
ASCA Anti Saccaromyces cerevisiae Antibodies (anticorpi anti-Saccaromyces
cerevisiae)
p-ANCA perinuclear-Anti Neutrophil Cytoplasmic Antibodies (anticorpi
anti citoplasma neutrofilo di tipo perinucleare)
Effectiveness Efficacia reale
Efficacy Efficacia teorica
Fenotipo Aspetto di malattia evidente, caratterizzato dalla somma
dei vari aspetti clinici, segni e sintomi
Genotipo Caratteristico assetto genetico che determina un fenotipo
normale o patologico
Gold standard Metodica con caratteristiche ideali per giungere a
diagnosi in caso di una determinata di malattia, qualunque altra
metodica si riferisce al gold standard per valutarne l’efficacia
Malattia perianale Interessamento perianale in corso di IBD, con
fistole, ascessi, ragadi
Pattern Assetto, dato da un insieme di aspetti caratteristici, diverso
in situazioni diverse
Ponzamento Atto della defecazione
Radioesposizione Misura dell’esposizione radiologica
Rettosigma Tratto più distale del colon, dal sigma fino al
retto; esistono quadri di colite ulcerosa caratteristicamente confinati
a questa area di colon (proctosigmoiditi)
Sottogruppi di malattia Sottogruppi caratterizzati da omogeneità
clinica e prognostica, stabiliti in genere su caratteristiche cliniche
(fenotipi)
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